Cinque anni dopo la pandemia, i contratti stipulati dalla Commissione europea con le case farmaceutiche per l’acquisto dei vaccini anti-Covid tornano davanti ai giudici di Lussemburgo. L’11 giugno l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Ue, Athanasios Rantos, ha depositato le sue conclusioni: Bruxelles non ha garantito al pubblico un accesso sufficientemente ampio a quei documenti, e la Corte dovrebbe confermare la condanna già inflitta dal Tribunale nel 2024.

Durante la pandemia, l’Ue aveva centralizzato l’acquisto dei vaccini attraverso un meccanismo comune, affidando le trattative con le aziende farmaceutiche a una squadra negoziale congiunta composta da funzionari della Commissione e da un numero limitato di esperti degli Stati membri.

Nel 2021, alcuni deputati del Parlamento europeo e vari soggetti privati avevano chiesto accesso a quegli accordi e alla relativa documentazione. La Commissione aveva risposto con un accesso parziale: i nomi dei negoziatori erano oscurati, così come le clausole contrattuali che regolavano gli indennizzi alle aziende farmaceutiche in caso di responsabilità per danni.

La giustificazione addotta da Palazzo Berlaymont era duplice: la divulgazione avrebbe leso la privacy delle persone coinvolte nelle trattative e avrebbe danneggiato gli interessi commerciali delle imprese. Ritenendo quell’accesso insufficiente, deputati e privati si erano rivolti al Tribunale dell’Unione europea, che nel luglio 2024 aveva stabilito che la Commissione non aveva accordato al pubblico un accesso sufficientemente ampio. Bruxelles aveva quindi impugnato quella sentenza davanti alla Corte di giustizia, il grado superiore.

Le conclusioni di Rantos

L’avvocato generale propone ora alla Corte di respingere il ricorso della Commissione su entrambi i punti contestati.

Sul primo, quello relativo ai nomi e ai ruoli dei negoziatori, Rantos ha riconosciuto che la trasparenza del processo di negoziazione dei contratti vaccinali rappresenta “un fine specifico di interesse pubblico”. Le dichiarazioni anonimizzate sull’assenza di conflitti d’interesse non consentono una verifica “concreta ed efficace” dell’imparzialità dei negoziatori, né la Commissione ha dimostrato che la divulgazione dei loro nomi avrebbe leso la tutela della vita privata.

Sul secondo punto, quello delle clausole sugli indennizzi alle aziende farmaceutiche, Rantos respinge la tesi secondo cui la loro pubblicazione avrebbe danneggiato gli interessi commerciali delle imprese, rilevando che Bruxelles non ha provato né il rischio di comportamenti abusivi né quello di un aumento delle azioni risarcitorie contro le case farmaceutiche. Secondo l’avvocato generale, quelle clausole non riguardano le condizioni che determinano la responsabilità delle aziende nei confronti dei terzi, ma si limitano a regolare i meccanismi di rimborso tra Stati membri e imprese nel caso in cui una responsabilità venga eventualmente accertata.

Cosa succede adesso

Le conclusioni dell’avvocato generale non sono vincolanti per i giudici della Corte, che ora cominciano a deliberare. Nella prassi di Lussemburgo, tuttavia, le conclusioni vengono seguite nella grande maggioranza dei casi. Se la Corte le farà proprie, la Commissione sarà tenuta a rendere pubblici i nomi dei negoziatori e le clausole sugli indennizzi che fino ad oggi ha tenuto riservati.

La vicenda si inserisce in un dibattito sulla trasparenza delle istituzioni europee che ha attraversato tutta la stagione pandemica senza mai chiudersi del tutto. Al centro c’è una domanda rimasta senza risposta per anni: a quali condizioni le aziende farmaceutiche sono state esonerate da eventuali responsabilità per i danni causati dai vaccini, e chi ha negoziato quei termini per conto dei cittadini europei. Secondo Rantos, il pubblico ha il diritto di saperlo.

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